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Vidya è un periodico mensile che con i suoi scritti si riallaccia alla Philosophia perennis o Metafisica tradizionale il cui intento è essenzialmente realizzativo.
La parola Vidya, dal sanscrito, vuol dire conoscenza, sapienza, scienza, e deriva dalla radice vid (da cui Veda) che significa "vedere", "sapere".
Vidya è anche associata alla parola satya, dalla radice sat: "essere", quindi "conoscere è essere"; ciò rappresenta il principio stesso della Metafisica tradizionale che è esclusivamente "Conoscenza di Identità'.
Così, gnosis, sophia, nella loro accezione tradizionale, significano Conoscenza-sapienza, e questa è catartica, porta alla metanoia, ad una trasformazione profonda della coscienza, vale a dire ad un mutamento nel pensare, sentire e vivere. Sotto questa prospettiva occorre fare molta attenzione, perché vi è una netta distinzione tra Conoscenza ed erudizione.
Se vidya-gnosis-sophia è conoscenza pura, allora vi è una sola Conoscenza, una sola Filosofia, una sola Metafisica, come vi è una sola Arte e una sola Letteratura.
 

Copie saggio possono essere richieste direttamente alla redazione
essendo Vidya fuori dal circuito commerciale.
Il Periodico viene spedito per posta.

A seguire alcuni articoli tratti dalle
pubblicazioni precedenti

Periodico Vidya
Via Azone 20, 00165 Roma
Telefono e Fax 06 66 28 868
 

Qualche assiduo lettore di questo Periodico potrebbe domandarsi: perché non si pubblica. un saggio critico su particolari aspetti della conoscenza esoterica? perché non si cerca d'interpretare qualche concezione spirituale? perché non si fa una cronistoria delle varie organizzazioni iniziatiche del passato? perché, in altri termini, non si fa della cultura spirituale, intendendo tale termine in senso molto lato? Pensiamo che tanti altri perché potrebbero essere posti dal momento che il manas (la mente distintiva) è sempre oberato dai perché.

 

Prima di rispondere a tutti questi quesiti vogliamo premettere alcune cose che vogliono essere d'introduzione.

 

Ci sono dei testi (libri, opuscoli, riviste, ecc.) che si rivolgono alla parte istintuale dell'individuo, altri che si rivolgono alla parte emotivo-sentimentale ed altri ancora a quella manasico-mentale-concettuale.

 

I primi sviluppano una tematica di stimolo a quanto è peculiarmente istintuale (autoaffermazione, violenza fisica, sesso, astuzia primitiva per raggiungere certi fini, ecc.; si vedano, ad esempio molti periodici e film); i secondi sviluppano una tematica di ordine sentimentale, emozionale e, per quanto concerne il campo spirituale, vi sono delle pubblicazioni che propongono problematiche religiose, devozionali, di fratellanza sentimentale, di servizio a vari livelli verso il fratello, di "abbandono" a peculiari Divinità, a qualche Gerarchia spirituale umana di "comunione" di anime, e così via. Gli ultimi sviluppano tematiche di ordine concettuale, ideale, di ricerca, d'interpretazione, di saggio; in una parola potremmo dire: culturale. Il loro intento è di presentare, sul piano della quantità, delle interpretazioni, apportando anche qualcosa di nuovo e personalistico; da qui il saggio, spesso critico, lo studio su qualche determinato aspetto dell'attività umana, monografie, ecc.

 

I primi arricchiscono prevalentemente l'istinto, i secondi l'emozione-sentimento e gli ultimi la mente concettuale, distintiva, analitica. Tutte e tre le problematiche hanno come sottofondo causale la coscienza individuata e si rivolgono quindi a fattori individuali (istinto, sentimento e mente individuata). Può capitare che ve ne possa essere una mista: concettuale e sentimentale. Di là da queste vi può essere, come effettivamente vi è, una tematica non più caratterizzata dall'individuale, ma di ordine sovra-individuale o, per meglio dire, universale. A questo punto le prospettive, i moventi e le direzioni cambiano.

 

Nell'universale e con l'universale non si può proporre la quantità (caratteristica dell'individualità manasica), ma la Sintesi; non si può proporre un saggio perché il Principio non può essere oggetto di monografia, d'interpretazione o di culturalismo mentale, non si può verbalizzarlo perché il Mondo dei Principi primi ha una sua speciale caratteristica (poco eccitante per il manas), vale a dire che Esso semplicemente è.

 

Inoltre, questa sfera universale, non potendo essere percepita con il manas-mente descrittivo, costringe coloro che eventualmente ne fanno menzione a rivolgersi all'intuizione (buddhi) superconscia, la quale opera non più con concetti descrittivi e con lunghi ragionamenti (molto cari al manas irrequieto e rajasico), ma con Idee. Un'Idea è un simbolo, è un archetipo, è un seme che contiene la totalità della verità.

 

Vi è di più: la vera Tradizione iniziatica sì esprime con Idee-simboli che hanno lo scopo di essere recepite dall’inconscio (non subconscio) dell'individuo per produrre una catarsi, una trasformazione coscienziale. L'insieme di queste Idee-simboli rappresenta la Conoscenza Tradizionale, contrariamente all'insieme dei concetti descrittivi manasici che rappresenta l'erudizione, la cultura, la coltivazione intellettuale-sensoriale in quanto tale. Vi è una sola Conoscenza che è di ordine principiale, tutto il resto è normale descrizione di fatti, di fenomeni, di eventi; tutto il resto è storicismo.

 

E' ovvio dunque che l'istinto della specie, l'emozione-sentimento e il manas-mente vanno cercando stimoliche possano gratificarli, coltivarli, erudirli, quantizzarli, non essendosi ancora posto, ovviamente, il problema essenziale, irrefutabile, pressante della Realizzazione.

 

Con l'erudirsi su questo o quel fatto non si provocaminimamente la "morte dell'io", anzi si rischia di espanderlo. Infatti, anche a livello spirituale vi sono molte persone, autoaffermative, suscettibili, orgogliose, separative, censorie che fanno pesare il loro potere manasico. Altre si servono di determinate Dottrine sacre per scopi personali, per far sfoggio di culturalismo, per alimentare il mistero nella coscienza emotiva dell'uomo e per motivi ancor più bassi che non è il caso di menzionare.

 

Quando si tocca la buddhi, l'intuizione superconscia o la ragion pura, si tocca - si accennava prima - la sfera dei Principi, e si sa che il Principio non ha niente a che fare con lo storicismo, con il mio io e il tuo tu, con il mistero, come comunemente s'intende questo termine, con la politica, con la religione stessa concepita come una particolare organizzazione dogmatica. Il Principio esige la prospettiva impersonale; l'io,cioè, si deve mettere da parte, essendo appunto universale l'oggetto di attenzione. E' ancheper questo che su Vidya tutti i testi appartenenti ai componenti ashramici normalmente non sono firmati. Spersonalizzarsi è già aver fatto un passo avanti lungo il sentiero del Ritorno.

 

Fatte queste premesse, possiamo riprendere la serie dei perché posti all'inizio del nostro articolo.

 

Perché non proponiamo dei saggi sui Veda, sulle Upanisad, sui misteri greci o egiziani sui cicli cosmici, ecc.? Perché solitamente non vogliamo fare della saggistica, non avendo quel potere manasico di cui abbiamo parlato precedentemente. Perché non facciamo opera d'interpretazione? Perché l'interpretazione a livello individuale non c'interessa, volendo appunto trascendere l'individualità. Più che interpretare pensiamo che occorra svelare la Dottrina, e sulla Dottrina non si possono fare congetture o interpretazioni individuali, per quanto le si vogliano nuove, scientifiche, di effetto o di contributo. Perché, in conclusione, non facciamo niente di tutto questo? Perché il nostro scopo è un altro, molto modesto e semplice, ed è quello di stimolare la quiescente buddhi al riconoscimento degli universali, di stimolare la coscienza - già pronta e matura, stanca quindi di promuovere sovrapposizioni di qualsivoglia ordine e grado - alla Realizzazione.

 

Che cosa implica la Realizzazione? Implica il morire al manas, al kama-sentimento e all'istinto come aspetto di conservazione di sé in quanto io corporale-psichico; significa trascendere la sfera manasica individuata appropriativa e stabilizzarsi sul piano del Principio, dell'Unità, della Sintesi, del Noumeno e dell'Essere. Significa passare dal piano della quantità a quello della qualità e, per chi è pronto, trascendere anche la qualità. Significa proporsi il viaggio dalla periferia al centro, dall'esterno all'interno, dall'oggettivo al soggettivo. Significa non perdersi in fantasticherie speculative, in saggi di varia natura; significa inchiodare la mente al silenzio; significa saper abbandonare il noto per valicare l'abisso senza sostegno. Significa essere profondamente impegnati con se stessi. Significa essere intenti a preparare la propria tomba senza neanche predisporre un epitaffio perché in quella tomba, strano a dirsi, in ultima analisi non si troverà niente.

 

Qualcuno potrebbe credere che ci contrapponiamo a coloro che abbiamo menzionato prima. Ciò non risponde a verità. Riteniamo che ogni cosa è al suo giusto posto e ognuno svolge il suo dharma che, nel contesto delle cose, trova la sua valida giustificazione. L'istinto, l'emozione-sentimento e il pensiero analitico nel tempo-spazio devono avere la loro stimolazione e la loro gratificazione (non che questo debba considerarsi un dato assoluto); è bene essere, come comunemente si dice, realisti e considerare che prima di fermarsi occorre incamminarsi.

 

Dunque, non contrapposizione, né critica, né disappunto, ma comprensione perché è nella comprensione che si può trovare un punto di riferimento e di contatto.

 

D'altra parte non è nella critica, nella contrapposizione e nell'esclusivismo che si possono risolvere i problemi esistenziali. L'autoaffermazione egoistica c'è sempre stata e non la possiamo combattere proponendo l'autoaffermazione, ma stimolando all'autorealizzazione; la sete di ricchezza ("esecranda sete dell'oro " di Virgilio) è vecchia quanto il mondo e non possiamo combatterla stimolando la sete di ricchezza, ma proponendo il giusto valore e il giusto rapporto con il denaro; l'odio è sempre esistito e non possiamo combatterlo con l'odio, ma con l'amore; la critica distruttiva e vendicativa c'è sempre stata e possiamo combatterla solo con il silenzio onnicomprensivo; l'offesa è sempre esistita e possiamo neutralizzarla con il perdono, con la comprensione intelligente che nasce dallaconquista della Dignità iniziatica.

 

Non ci contrapponiamo neanche alla scienza - per quanto gran parte degli Autori tradizionali vi si contrapponga - perché essa con il suo tecnicismo e il suo materialismo unilaterale è il segno dei tempi. Ogni epoca ha il suo richiamo e chi si pone dal punto di vista sintetico riconosce che ogni cosa si svolge, in definitiva, intorno al Polo. Ciò non implica rimanere passivi, tutt'altro; vuol dire che a ognuno compete il proprio dharma. Ora, gli scienziati stanno svolgendo il loro dharma e lo stanno svolgendo molto bene se osserviamo gli effetti che ci stanno attorno; non sappiamo però fino a che punto i cultori della Tradizione spirituale stiano realizzando il loro. Non tocca a noi giudicare, comunque, né faremo un pur minimo apprezzamento.

 

Se, dunque, il fine del Periodico Vidya è di stimolare l'individuo ad Essere, più che a divenire, i suoi scritti sono semplicemente delle "note fondamentali" da portare in meditazione per poi viverle. A volte sono note brevi, che occupano poche pagine, perché la coscienza deve assimilarle adeguatamente. Ci sono anche note di altri Periodici, che ci sembrano degne di attenzione, riflessione, meditazione e assimilazione.

 

Tutte le note sono meditate prima dal Gruppo ashramico e poi pubblicate; così Vidya (che significa Conoscenza-gnosi) rappresenta una meditazione ashramica che viene estesa a quanti vogliono realizzare la Dottrina. Come si può notare Vidya non ha alcuna pretesa culturale, di ordine tecnico, speculativo, ecc., non ha altro scopo che quello di far comprendere che le Upanisad o il Vedanta, la dottrina plotiniana, ecc. non sono "visioni", oggetto di speculazione saggistica, ma di realizzazione, di liberazione dall'avidya-ignoranza; ciò comporta, ad esempio, che speculare sulla natura del desiderio non significa morire al desiderio. Chi vuole veramente realizzarsi deve lasciare ogni possibile speculazione sul desiderio a chi ha il dharma di speculare, e tenacemente proporsi di morire al desiderio.

 

Se la realizzazione è il fine del ricercatore vedantico, allora gli stessi testi che l'Editrice Ashram Vidya presenta devono essere letti, meditati, assimilati e vissuti proprio perché essi non vengono presentati per soddisfare il manas dell'uomo (altri più competenti e capaci di noi possono farlo).

 

C'è, ancora, un ultimo punto da chiarire. Alcuni lettori ci chiedono la quota di abbonamento a Vidya, altri ci dicono palesemente che sarebbe meglio esigere questa quota perché - secondo la concezione profana - il valore di un prodotto si riconosce- dal suo prezzo. Altri ci danno suggerimenti di varia natura che, in definitiva, potrebbero essere tutti validi.

 

Abbiamo ritenuto fin dall'inizio non stabilire quote di abbonamento per questi motivi:

 

1. Vidya, essendo una meditazione ashramica estesa a quanti vogliono meditare, assimilare e vivere con noi la Dottrina Tradizionale advaita, va di là da ciò che rappresenta un "valore commerciale".

 

2. Per quanto ci è possibile, cerchiamo di rendere la Conoscenza Tradizionale libera da sovrapposizioni di ordine economico e di rapporti di do ut des. "In dono l'avete ricevuto, in dono datelo".

 

3. Se la coscienza del lettore comincia a maturarsi, egli si renderà conto da sé che non potrà non compartecipare, non solo a livello ideale-meditativo, ma anche economico. E il suo non rappresenta il pagamento di una merce, ma costituisce una donazione amorevole acciocché Vidya possa vivere e logicamente essere estesa anche ad altri fratelli sul sentiero.

 

4. Vidya - come d'altra parte lo stesso Ashram non si reputa investito di una particolare "missione", per cui, se lungo la strada trova amici e fratelli che condividono la sua stessa espressione di vita, questi possono compartecipare a tutti i livelli, liberamente e naturalmente, ma senza, appunto, che Vidya debba reclamare contributi, quote, ecc. necessari, come spesso si dice, alla "salvezza" delle anime che vivono nelle tenebre. Vidya è composto da un gruppo di persone che in piena libertà e senza alcuna motivazione emotivo-sentimentale si offre spontaneamente, naturalmente e semplicemente a quanti vogliono condividere la Realizzazione metafisica.

 

Qualora Vidya, per mancanza di nutrimento economico, dovesse cessare la pubblicazione, non si avrebbe alcun rimpianto, perché il gruppo Vidya non è identificato a manifestazioni oggettivate, né ha desiderio alcuno di fare o non-fare. Vidya è nato in libertà e in libertà può anche morire.

 

Un'azione pura deve nascere e vivere senza alcuna determinazione, senza sovrapposizione, di qualunque ordine e grado possano essere, senza condizioni, per quanto nobili e giustificate possano sembrare.

 


Periodico Mensile - Dir. Resp. Paola Melis
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"Allora la mente si volge alla discriminazione (viveka) e a propendere verso il Kaivalya".

 

"Il non attaccamento (vairagya) è la consapevole padronanza di colui che ha cessato di avere sete di oggetti visibili e udibili [rivelati]".

 

(Cfr. La Via Regale della Realizzazione (Yogadarsana) di Patanjali, sutra IV 26 e I 15. Traduzione dal sanscrito e commento di Raphael. Ed. Asram Vidya)

 

In questi sutra Patanjali enuncia due processi operativi che sono peculiari al Vedanta: viveka e vairagya, discriminazione o discernimentotra il reale assoluto e il relativo-contingente tra ciò che realmente si è e ciò che appare e il conseguente distacco da ciò che non si è o che è pura apparenza.

Nello stato di aviveka si è guidati solo dalle "opinioni" e dalle proiezioni dell'inconscio collettivo. La mente è letargica, è vissuta dalle varie impressioni sensoriali e dal coinvolgimento passivo da parte del mondo dei nomi e delle forme. Quando incomincia a sorgere nell'animo la luce del viveka, tutta la problematica cambia: v'è un interesse ai problemi fondamentaliesistenziali, v'è un atto di selezione, di valutazione e di sintesi in riguardo alla propria esperienza e ai valori dei rapporti; si cerca di scoprire la Costante che si cela dietro il flusso fenomenico delle forme. Questo tipo di discernimento-viveka non è frutto di un processo del pensiero analitico o dianoetico, ma di una condizione illuminata della mente.

"Se, dunque, le cose stanno in questo modo, bisogna ammettere che c'è un (primo) fattore che è sempre identico a se stesso, non generato e imperituro, e che non raccoglie in sé nulla di estraneo né si trasforma esso stesso in altro, non visibile, né percepibile da nessuno dei sensi: ciò toccò all'intelletto di contemplare.

Ma, di nome uguale e ad esso somigliante ce n'è un secondo (fattore) sensibile, generato, e in continuo movimento che origina in un luogo e in questo perisce, apprensibile dall'opinione e con l'aiuto dei sensi".

(Platone, Timeo: 51b - 52a)

Se viveka acquista una certa forza, fa scattare l'azione di vairagya (distacco da ciò che abbiamo compreso essere non reale o contingente e impermanente).

"Si deve pure tener presente che viveka e vairagya sono legati in modo strettissimo l'uno all'altro, e sono in realtà due facce della medesima moneta. Il viveka, aprendo gli occhi dell'anima, comporta il distacco dagli oggetti che la tengono in schiavitù, e il distacco così sviluppato, a sua volta, chiarifica ulteriormente la visione da parte dell'anima e le consente di vedere più profondamente nell'illusione della vita. Pertanto viveka e vairagya si corroborano e si rafforzano l'un l'altro e formano una specie di circolo che accelera, in modo sempre crescente, il progresso dello yogi".

Vairagya deriva da raga, termine definito da Patanjali in II 7 come il piacere che sorge in seguito all'attrazione, e quindi alla repulsione, per qualche oggetto. Così vairagya significa assenza di qualsiasi attrazione- repulsione. Distacco derivato non da un'inibizione irrazionale o volitiva fine a se stessa, ma dalla consapevolezza-discernimento (viveka) chegli eventi-oggetti imprigionano soltanto senza risolvere alcun problema. Ogni tipo di attaccamento (piacere-dolore) costituisce un limite alla libertà dell'anima. In altri termini, viveka e vairagya danno la capacità di spaziare in libertà negli indefiniti processi della vita e sui diversi piani esistenziali fino al raggiungimento di kaivalya. Così viveka può essere utilizzato su più alti livelli quando v'è un discernimento profondo tra ciò che è l'individualità o processo individuato dell'ente e l'anima o jiva che governa tale processo, o ancora tra ciò che è lo stesso jiva e l'atman in quanto pura coscienza di ordine metafisico. Se viveka ha riconosciuto l'individualità come un fattore di "caduta", di separazione dal contesto universale, vairagya può portare la coscienza individuata a stabilizzarsi come jiva o consapevolezza universale; se viveka hariconosciuto lo stesso jiva come un semplice riflesso dell'atman, vairagya può portare a far sì che il riflesso di coscienza oggettivato o manifestato si sciolga nella sua fonte originaria e trascendente.

Questi passaggi, prese di consapevolezza, atti di realizzazione sono frutto di viveka e vairagya. La giusta utilizzazione di tali strumenti dipende ovviamente dalla particolare posizione coscienziale che si ha e dalla finalità che si vuole ottenere. L'advaita-asparsa inizia con tali mezzi e finisce col trascendere il mondo dell'avidya-maya.

"E pure necessario ricordare" sostiene I.K.Taimni "che la pura assenza di attrazione dovuta alla inazione del corpo, o alla sazietà, o all'interesse per altre cose, non costituisce il vai ragya". Può avvenire che " ... l'attrazione è semplicemente sospesa, pronta a tornare alla superficie non appena si diano le condizioni necessarie. Quel che occorre per un vairagya vero e proprio è la distruzione deliberata di tutte le attrattive e del conseguente attaccamento, e il dominio consapevole dei desideri... Il controllo sui veicoli attraverso i quali si avvertono i desideri e la consapevolezza dei dominio che nasce da tale controllo sono elementi essenziali del vairagya. Per attingere questo tipo di dominio, si dovrebbe esser stati in contatto con tentazioni di ogni specie ed essere passati attraverso prove del fuoco di ogni varietà, uscendone non soltanto trionfanti, ma senza avvertire la minima attrazione. Poiché se si sente attrazione non si è completamente dominato il desiderio anche se non si soccombe alla tentazione".

 


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Vidya - Numero Speciale - La Tradizione dell'Advaita - T.M.P. Mahadevan (Estratto da Ramana Maharshi, Il Saggio di Arunachala, Edizioni Mediterranee)

L'Advaita è la filosofia - se così si può chiamare- che fu insegnata da Sri Ramana attraverso la sua vita e attraverso le sue "opere". Advaita come verità, significa "non dualità"; Come filosofia, si può rendere come "non dualismo". Ciò non significa che la filosofia in questione sia un sistema chiuso, perché non è un sistema filosofico. Indica l'esperienza plenaria della non dualità, che sta al di là delle costruzioni del pensiero. Sebbene il pensiero sia utile, in quanto può dirci che cosa la realtà non è, la realtà stessa non può essere imprigionata entro i suoi confini. Ciò che abbiamo chiamato esperienza plenaria è l'Io non duale dove non vi sono distinzioni. Sri Ramana "acquisì" o meglio scoprì questa esperienza senza studi formali. I libri che egli lesse più tardi servirono solo a confermare la sua esperienza dell'Advaita.

L'Advaita come tradizione, si può far risalire ai Veda e alle Upanisad. In alcuni inni vedici, che hanno argomento metafisico, la Realtà suprema è chiamata "l'Unico Essere" (ekam sat), "Quell'Uno" (tat ekam), ecc. La dottrina dell'Uno trova una chiara esposizione nelle Upanisad che costituiscono il Vedanta la Fine dei Veda. I termini spesso impiegati nelle Upanisad per designare l'Unico Essere sono Brahman ed Atman Brahman, che è la base dell'universo, proclamato identico ad Atman. "Qui non vi è alcuna pluralità " dice un testo upanisadico, e soggiunge: "Dalla morte alla morte va colui che vede la pluralità qui, come se ci fosse" .
Nel centro della grotta del cuore il puro Brahman solo risplende direttamente nella forma dell'Io come " io-io ". Entra nel cuore con mente ricercante, e dissolvendo (l'ego) mediante il controllo del respiro, dimora nell'Io (Sri Ramana).
 
Il primo maestro che espose la verità upanisadica della non dualità in un'opera pervenuta fino a noi fu Gaudapada. Il suo manuale metrico (karika) che è basato su una delle Upanisad, Mandukya, è la prima esposizione esistente dell'Advaita. L'insegnamento centrale di Gaudapada è che non nasce mai nulla. Perciò la sua filosofia è chiamata Ajati-vada, la dottrina della non-nascita. Nulla nasce mai, non già perché "il nulla" sia la verità assoluta, come nel nichilismo, ma perché l'Io è la sola realtà. "Nessun'anima. nasce, non vi è causa di tale nascita; questa è la suprema verità; non nasce assolutamente nulla"'. Dal punto di vista dell'Assoluto, non vi è dualità, non vi è nulla di finito, di non eterno. Solo l'Assoluto è; tutto il resto è apparenza illusoria e non reale. Considerare reale il mondo pluralistico è illusione. Le distinzioni empiriche tra soggetto e oggetto, mente e materia, ecc., sono il risultato di maya, il potere misterioso che vela il vero e proietta il falso. Non si può spiegare come sorgano le distinzioni. Ma ad una indagine approfondita si scoprirà che sono prive di realtà. Se uno le vede, dice Gaudapada, è come vedere le impronte delle zampe degli uccelli nel cielo'. L'Io è non-nato; non vi è null'altro che sia nato. La dualità è soltanto un'illusione; la non dualità è la verità suprema.
 
"Shankara" è il nome più illustre nella storia della tradizione dell'Advaita. Il maestro che portò questo nome, il cui significato è "Dispensatore di Felicità ", fu discepolo di un discepolo di Gaudapada. Shankara scrisse ampi commenti sui testi fondamentali del Vedanta, cioè le Upanisad, la Bhagavadgita e il Brahmasutra. Oltre a commentare la Mandukya-Upanisad spiegò l'opera di Gaudapada. Numerosi suoi manuali furono tradotti dal sanscrito in tamil da Sri Ramana, come Vivekacudamani, Drg-drsya-viveka e Atma-bodha.
La quintessenza della filosofia di Sankara è esposta nel seguente versetto: " Il Brahman è reale; il mondo è una apparenza illusoria; la cosiddetta anima individuale è lo stesso Brahman, e null'altro ". Quindi i tre aspetti della " dottrina " dell'Advaita sono: 1) la sola realtà del Brahman; 2) l'illusorietà del mondo; 3) la non differenza tra l'anima e il Brahman.
 
1) I termini Brahman ed Atman, secondo Sankara indicano la realtà più alta, che è non-duale. Poiché la natura di Brahman-Atman non può essere definita nei termini di nessuna categoria, le Upanisad lo chiamano "non questo, non questo" (neti, neti). Naturalmente, ciò non significa che il Brahman sia un vuoto. Vi sono anche espressioni positive, che si trovano nei testi delle Upanisad, espressioni come reale (satyam), conoscenza (jnanam), infinito (anantam) e beatitudine (anandam). Ma indicano anche la natura del Brahman dicendoci ciò che non è: non è irreale, non è insenziente, non è finito, e non è relato alla sofferenza. Definire una cosa è limitarla, separarla da altre cose simili o dissimili. L'infinito e l'illimitato non possono essere caratterizzati in termini di categorie finite. Il Brahman è al di là della portata dei concetti e delle parole. Come dice Shankara: " Il Brahman non appartiene a una specie di esistenti, e quindi non può essere chiamato un esistente. Non ha qualità, perché è senza qualità, e quindi non può essere espresso in termini di qualità. Non può essere indicato da una parola che esprime l'azione, perché è senza azione ". Il Brahman è senza caratteristiche. Persino dire che è uno non è vero, a stretto rigore, perché la categoria dei numeri non è ad esso applicabile. Ecco perché si preferisce l'espressione negativa " non duale " o " non due " (advaita).
 

Nelle Upanisad vi sono testi che parlano della manifestazione del mondo dal Brahman. Ma com'è possibile la manifestazione della pluralità dal non duale Brahman? Come si possono riconciliare questi due insegnamenti... che il Brahman è l'Assoluto, senza caratteristiche e senza parti, e che è la causa del mondo ed è dotato di attributi? Sankara risolve il problema postulando due punti di vista, l'assoluto (paramarthika) e l'empirico (vyavaharika). La verità suprema è che il Brahman è non duale e senza relazioni. Solo esso è; non vi è nulla di reale all'infuori di esso. Ma dal punto di vista empirico relativo, appare come Dio (Isvara), causa del mondo, come ciò che è relato e dotato di attributi.

 

2) Secondo Shankara, non vi è reale causazione Il mondo è soltanto un'apparenza nel Brahman, come il serpente lo è nella corda. La teoria dell'apparenza è conosciuta come vivarta-vada, distinta da quella della trasformazione, parinamavada.   E' a causa della maya o avidya (ignoranza) che il Brahman non duale appare come il mondo della pluralità, che la realtà infinita e incondizionata appare come fosse finita e condizionata, che ciò che è libero da attributi appare dotato di attributi. Maya è il potere che rende apparentemente possibile ciò che è impossibile, vela il Brahman reale e proietta il mondo non reale.

 

Ogni tentativo di spiegare la creazione del mondo è votato al fallimento. Al livello fenomenico, l'intelletto che è anch'esso fenomenico cerca di indagare sulla natura del mondo e non riesce nel suo tentativo. Quando si acquisisce l'intuizione finale del Brahman, si comprende che il mondo non fu mai creato, che è un'apparenza illusoria. Solo il Brahman-Atman è; il mondo è un'interpretazione errata dello stesso. E' necessario tenere presente che Sankara non nega la realtà empirica (vyavaharikasatta) del mondo. Finché non si realizza il Brahman, il mondo viene creduto reale dagli ignoranti. Ma, per l'illuminato che ha realizzato il Brahman, il mondo non esiste; per lui vi è solo il Brahman. I testi sulla creazione contenuti nelle Upanisad non hanno importanza in se stessi: servono soltanto, come dice Gaudapada, a introdurre la verità della non dualità.

 

3) Secondo Sankara, l'anima individuale (jiva) nella sua natura essenziale non è altro che il Brahman. E' a causa dell'ignoranza che immagina d'essere diversa. L'anima non è un essere creato: ciò che è " creato " o " prodotto " è il suo complesso empirico, consistente di corpo e di mente. Identificandosi con il complesso corpo-mente, l'anima cade nel ciclo della trasmigrazione. Poiché l'ignoranza è la causa della trasmigrazione e della servitù dell'anima, ciò che può liberarla è solo la conoscenza... la conoscenza dell'Io non duale.

 

Secondo l'Advaita la sola conoscenza è il mezzo della liberazione. La liberazione è la realizzazione del Brahman. non duale Il Brahman da realizzare è l'esistenza eterna, e non è ciò che deve essere compiuto con l'azione. Sebbene sia uno, non duale e sempre libero, e identico all'anima, non è riconosciuto come tale a causa dell'ignoranza.

 

Quindi ciò che occorre per conseguire la realizzazione del Brahman, che è la liberazione, è la conoscenza (jnana) . Citiamo Sankara " A causa dell'ignoranza, l'Io appare condizionato; quando l'ignoranza viene distrutta, il puro Io risplende veramente, come il sole quando si disperdono le nuvole ".

 

Abbiamo visto più sopra che Sankara riconosceva la realtà empirica del mondo. Presumendo che Gaudapada non lo facesse, alcuni critici sostengono che vi sono diversità di punti di vista tra i due grandi maestri dell'Advaita. Essi cercano di dimostrare che Gaudapada era un soggettivista, e che riduceva il mondo empirico alla condizione di un sogno. Ma s'ingannano. La diversità empirica tra veglia e sogno non è negata da Gaudapada. La differenza tra i due, egli ammette, è che, mentre nell'esperienza del sogno gli organi esterni dei sensi sono inattivi, in quella della veglia sono attivi. Un'ulteriore distinzione è che, mentre il contenuto del sogno dura solo quanto la mente del sognatore che lo immagina (cittakalah), gli oggetti del mondo esterno si estendono a due punti nel tempo (advayakalah), cioè vengono riconosciuti dall'uomo che si è svegliato da un sogno o dal sonno come gli stessi di cui aveva fatto esperienza prima.

La questione della presunta divergenza tra gli insegnamenti di Gaudapada e Sankara venne sollevata una volta davanti a Sri Ramana. Il saggio rispose semplicemente: " La differenza è solo nella nostra immaginazione ". Tanto per Gaudapada quanto per Sankara, il mondo non è reale in assoluto, ma è come un sogno. Come disse Sri Ramana: "Lo scopo dell'intera filosofia è indicare la Realtà fonda mentale degli stati di veglia, di sogno e di sonno, o delle anime individuali, del mondo e diDio", Dal punto di vista empirico (vyavaharika), che è quello dello stato di veglia, vi sono tre categorie: il mondo, l'anima e Dio; l'uomo vedeil mondo in tutta la sua molteplicità, e deduce che debbaesservi un Dio che è il creatore, e crede di essere colui che vede; alla fine comprende che i fenomeni da lui veduti sono il gioco della maya, che è il potere di Dio. Anche dal punto di vista empirico, l'esistenza di diverse anime, oggetti, ecc., non è in conflitto con l'Advaita Distinto da quello empirico (vyavaharika) è il punto di vista dell'apparenza (pratibhasika). A questo livello il mondo, l'anima e Dio sono tutte cognizioni di chi vede. Non hanno una esistenza indipendente da lui. Vi è una sola anima, che può essere l'individuo o Dio. Tutto il resto è immaginazione. Il punto di vista più elevato è quello dell'Assoluto (paramarthika). E' da questo livello che Gaudapada dice. come abbiamo visto, che nulla è nato. Il supremo Io è la sola realtà. Non vi è schiavitù e non vi è liberazione, non vi è ricerca e non vi è acquisizione, non vi è divenire e non vi è cambiamento. A questo livello, come osserva Sankara, la maya è ciò che non esiste: è un nome per il non-esistente".
 
 

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In quest'epoca di dissacrazione dei valori contingenti, vengono dissacrati sistematicamente anche valori che contingenti non sono, ma che, anzi, rispondono a tematiche, diremo, assolute e inalienabili.

 

La parola "metafisica", bandita dal campo scientifico per l'ovvia ragione che la scienza empirica s'interessa della "fisica", nella sua molteplice possibilità operativa, viene impiegata, invece, da alcuni, per dare tono alle loro argomentazioni, o, peggio ancora, viene usata da molti cultori di discipline che metafisiche non sono. Allora, potremmo chiederci, perché mai costoro usano uno specifico termine, con una sua precisa connotazione, in modo non giusto e a sproposito?

 

Tralasciamo, ovviamente, coloro che sogliono infiorare i loro discorsi con parole "ad effetto"; in fondo, sono innocui.

 

"Metafisica" - scrive il prof. Giovanni Reale - è il termine filosofico più famoso (sia in positivo che in negativo), e nello stesso tempo più frainteso. Si potrebbe addirittura dire, usando una terminologia cartesiana, che, sulla metafisica, i più hanno idee "oscure e confuse" e solo pochi discutono di essa con idee "chiare e distinte".

 

Da molti incontri avuti con individui che si interessano alle dottrine occultistiche, spiritiche, ecc., abbiamo tratto la convinzione che essi chiamano metafisico ciò che è "superfisico", ciò che non è prettamente materiale nel senso usuale del termine. Quindi, uno psicologo che s'interessi della psiche (cioè di qualcosa di non tangibile) può chiamarsi metafisico. Così un occultista che si muova sul piano delle energie superfisiche, può chiamarsi metafisico. In altri termini, tutte le scienzeche si occupano dell'invisibile (all'occhio sensoriale) sono scambiate per metafisiche.

 

Ora, una tale interpretazione non può che snaturare il vero senso della parola "metafisica" e fuorviare quanti si accostano sia alla scienza, estensibile nei suoi domini grossolani o sottili(superfisici) che siano, sia a coloro che avrebbero interesse alla pura ricerca metafisica.

 

" In origine il termine metafisica designava la serie dei testi che, nell'ordinamento dato agli scritti di Aristotele, venivano "dopo" quelle opere denominate Fisica.La tematica che Aristotele ha affrontato in quella serie di testi veniva detta Filosofia prima.

 

Nel tempo il termine acquistò il significato di "oltre" le questioni della sfera fisica, fino a divenire "scienza del reale in sé, considerato di là dalle apparenze sensibili immediate". Sotto questa prospettiva, la metafisica ha una sua superiorità rispetto alle altre espressioni conoscitive. Al di sopra delle varie scienze del finito,che si occupano delle relazioni parziali, fenomeniche e incomplete dell'essere, v'è la scienza della Realtà in sé.

 

La metafisica è la scienza dell`aseità" (proprietà di un essere che ha in sé la ragione e il fine della propria esistenza); mentre la fisica è la scienza dell"'abalietà" (proprietà di un essere che trova in altro la ragione della propria esistenza).

 

Potremo ancora dire che la fisica s'interessa del relativo-contingente, il quale dipende da altro, mentre la metafisica s'interessa di ciò che è o dell'Assoluto, in quanto poggia in se stesso, con se stesso e per se stesso" .

 

Il termine "assoluto" significa, etimologicamente, quello che è libero da relazioni; nella metafisica Advaita si parla di a-sparsa (= senza relazioni).

 

Per avere una giusta visione di quello che è fisico e metafisico, riportiamo uno schema (vedi pagina 4 e 5) che dimostra il dispiegamento della manifestazione secondo alcune dottrine tradizionali: Vedànta, Qabbalah, Platonismo, Buddhismo e Taoismo'.

 

Nello schema proposto possiamo notare tre stati di un'unica Realtà, vale a dire dell'Essere totale, che rappresentano tre modalità energetiche: materiale (formale) grossolano, sottile formale e informale causale o principiale. L’Incondizionato è al di là di ogni considerazione; è l'Assoluto nella sua indeterminatezza.

 

Tali stati non sono altro che stati sostanziali a diverse frequenze vibratorie, che originano e si dissolvono nell'informale principiale. Se diciamo informale è perché sia il fisico grossolano che il sottile sono, ovviamente, formali. Lo stesso stato psichico dell'individuo è sempre materiale, per quanto superfisico, quindi con uno stato vibratorio diverso da quello prettamente fisico-grossolano; e tale condizione sottile è sempre formale e tangibileper chi ha sviluppato un determinato tatto.

 

C'è, ancora, da considerare un'altra cosa molto importante, ed è questa: i tre stati formano ciò che noi chiamiamo "Natura", o il naturale; costituiscono, appunto, lanatura dell'Essere principiale. Quindi, è un altro errore parlare di sovrannaturale con riferimento semplicemente al livello del sottile e dello stesso causale-principiale.

Se questi tre stati si riferiscono alla natura dell'Essere, allora tutto ciò che si determina nell'ambito di tale triplice sfera riveste carattere naturale: tutti i fenomeni apparentemente straordinari ed inusitati che un individuo possa realizzare, lungo le varie sfere, non sono eventi o atti sovrannaturali, ma naturali.(Per l'Oriente tutto ciò è ovvio, ma non per l'Occidente ove persino una possibilità telepatica di un sensitivo viene considerata sovrannaturale).

 

Dottrine Tradizionali 

Stati

Vedanta

Platonismo

Qabbalah

Taoismo

Buddhismo

 

Incondizionato

Brahman nirguna
(Turiya)

Uno-Uno
(Uno-Bene)

Aziluth

Wou-ki

Svàbhàvikakàya
(Unità metafisica)

Causale

Brahman saguna
(Isvara)

Mondo delle Idee
(Pneuma-Spirito)

Briah
(Prima Triade)

Tai-ki
(Grande Unità)

Dharmakàya

Sottile

Hiranyagarbha

Anima universale
(Psiché-Anima)

Yetzirah
(Seconda Triade)

Tien
(Cielo)

Sambhogakàya

Grossolano

Viràt

Mondo sensibile
(Soma-Corpo)

Assiah
(Terza Triade)

Ti
(Terra)

Nirmanakàya

L'Incondizionato è il dominio della Metafisica pura.
Il piano causale è il dominio ontologico o teologico. Fonte primordiale o principiale del Moto cosmico.
Il piano sottile è il dominio della "scienza occulta" o "magica". Mondo delle energie sottili.
Il piano grossolano è il dominio della scienza accademica. Mondo delle forze o delle masse cristallizzate.

 

 

La scienza accademica s'interessa del naturale, ma anche la scienza cosiddetta occultistica s'interessa del naturale, per quanto di un'altra dimensione vibratoria.

 

Invero, la Scienza Sacra (che rientra nei "Piccoli misteri" o aparavidyá, conoscenza seconda e non-suprema), nella sua più autentica accezione, comprende: la cosmogonia, la magia sacra, l'astrologia esoterica, ecc. Ma queste branche della vera Scienza, per quanto si riferiscano al naturale, purtroppo, oggi, vengono schernite, per il semplice fatto che la ricerca di molti occultisti non ha niente a che vedere con l'autentica Scienza tradizionale.

 

Se molti degli odierni cultori dell'occulto (tranne, ovviamente, le eccezioni, che pur ci sono) non hanno niente a che fare con la vera Scienza esoterica, per cui sono dissacratori di qualcosa di veramente degno, tanto più sono profanatori della metafisica quando a questa si rifanno - la quale trascende non solo il fisico grossolano e sottile, ma anche l'informale principiale, quindi, il naturale triplice, avendo quale suo preciso interesse l'Incondizionato, che è il dominio dell'Assoluto in quanto tale, dell'Infinito, dell'Inqualificato e del Costante, dell'autentico Sovrannaturale, dell'Aformale e del Permanente (rientra, quindi, nei "Grandi misteri" o paravidya, Conoscenza prima o suprema) I.

 

A questa Causa suprema, a questo Assoluto molti filosofi hanno cercato di dare una dimostrazione teoretica, razionale; anzi - come molti materialisti - essi hanno sostenuto che tutto ciò che non è oggetto di dimostrazione razionale non è conoscibile. Noi possiamo dire che se la Realtà suprema si potesse esprimere in una dualità, perdendo ovviamente la sua identità di Unità, allora tale realtà duale potrebbe anche essere dimostrata razionalmente. La mente, operando in termini di soggetto e oggetto, avrebbe in tal modo la possibilità di conoscere l'altro da sé, cioè il secondo, o l'oggetto del conoscere. Ma siccome la Realtà è una e una sola, tutti codesti filosofi, per quanto abbiano potuto dissertare sul Soggetto ultimo, non l'hanno potuto conoscere e dimostrare con la mente empirica.

 

Se ammettiamo l'Essere in quanto unità Assoluta, dovremo convenire che esso non può essere conosciuto né dimostrato sulla base della mente duale e di relazione. Ma se l'Essere non può essere dimostrato e tuttavia è ritenuto come Unità indivisa, allora può essere solo realizzato. La non realizzazione dell'ente nell'unità implicherebbe ammettere la dualità (io-Essere) e ciò invaliderebbe il nostro precedente asserto.

 

Tutto ciò che invece si dimostra come manifestato, essendo un secondo o altro dall'Essere, può essere oggetto di dimostrazione; e se ancora non sono state dimostrate verità di ordine "sottile" o sovrasensibile è perché l'ente umano non ha aperto in sé, allo stato attuale, "finestre" percettive che potenzialmente possiede.

 

Un mondo intelligibile va percepito, compreso ed espresso con mezzi di ordine sovrasensibile, questo è ovvio. Solo il mondo o la sfera del sensibile materiale, o corporale, può essere percepito e conosciuto con i mezzi fisici, materiali, e con i cinque sensi ordinari.

 

Dunque, dell'ultima Verità possiamo parlare solo in termini di Realizzazione coscienziale: conoscere è essere, e questa affermazione dell'identità attraverso la conoscenza è il principio stesso della Metafisica che è e rimane esclusivamente "Conoscenza di Identità".

 

Occorre precisare che vi sono diversi gradi o aspetti di realizzazione. Il termine "realizzazione" significa rendere attivo, effettuare; quindi possiamo parlare di realizzazione psicologica che implica attualizzare l'armonia o l'unità mente-psiche-corpo dell'ente sensibile; possiamo parlare di realizzazione dell'intelligibile che implica attualizzare o effettuare l'unità con l'intelligibile o sovrasensibile; possiamo parlare di realizzazione ontologica che implica attuare l'Uno principiale o l'Essere in quanto prima espressione dell'Uno-senza-secondo; infine possiamo parlare di realizzazione metafisica che porta in attualità il Non-Essere, l'Assoluto l'Uno-senza-secondo o l'Infinito in quanto tale, di là dal sensibile corporeo e concreto, e dall'intelligibile non-formale .

 

A quanto abbiamo detto c'è da aggiungere questa nota conclusiva, e cioè: quelli, e sono veramente molti, che parlano di "esperienze metafisiche" (il metafisico non è, poi, sperimentabile nel senso comune della parola) non fanno altro che sperimentare contenuti subconsci individuali e collettivi; in altri termini, esperiscono aspetti illusori della condizione psichica. Parlano, quindi, di metafisica, che nella sua reale accezione è la Conoscenza dei principi primi o ultimi, a seconda di come si vogliono vedere le cose, laddove dovrebbero parlare di pure illusioni o proiezioni subconscie. E tra la Verità ultima dei dati e la 'verità'' illusoria delle cose s'inserisce un'altra parola, avidya, che nel suo vero senso vuol dire ignoranza metafisica. Ora, caratteristica dell'avidyá è proprio quella di scambiare un dato per un altro, una corda per un serpente, la luce riflessa della luna per quella del sole, la verità delle cose in sé con la rappresentazione mentale delle cose .

 

 


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D. Oggi si può notare una certa attrattiva per gli studi orientali e molti guru suscitano interesse e hanno seguito. Pubblicazioni sullo yoga vengono stampate da diverse case editrici e si può trovare un po' di tutto. Che cosa pensa lei di questa letteratura?

R. In verità bisogna riconoscere che c'è molta carta stampata in merito a questa tematica. Ma dobbiamo anche riconoscere che parte di essa lascia a desiderare.

D. C'è anche una rinascita degli studi esoterici, occultistici, magici, ecc., che seguono la tradizione occidentale. In questo campo ci sono molte altre pubblicazioni. Un neofita potrebbe leggere con fiducia libri di questo genere?

R. In questo campo la confusione e maggiore. Spesso dietro tale pubblicistica si nasconde un preciso interesse economico editoriale. Anzi, sarebbe meglio non toccare simile argomento.

D. Io, Però, le sarei grato se volesse darmi ugualmente un indirizzo che mi possa essere di aiuto.

R. Vede, la "Scienza sacra" costituisce uno studio particolare di quel più profondo aspetto che è la "Metafisica tradizionale" la quale -in quanto tale - è senza confini. Ora, questa Scienza non ha niente a che fare con l'occultismo divulgativo che si puo trovare oggigiorno in riviste e libri. L'esoterismo, poi, per la sua particolare natura, non può essere oggetto di divulgazione a livello di massa. L'esoterismo è esoterismo e occorrono determinate qualificazioni per poterlo penetrare e vivere. Non bastano "predisposizioni veicolari'', ma bisogna avere una "Coscienza esoterica'', una "Dignità esoterica''. Sarebbe il caso di dire che oggi si è accesa soltanto curiosità per l'occulto, per il mistero.
Si deve, poi, distinguere tra esoterismo, occultismo, magia, e quella che viene chiamata parapsicologia, ecc. C'è grande confusione a tale proposito. In ogni modo, ci sono tentativi, qua e là, abbastanza lodevoli e interessanti, come è anche lodevole lo sforzo di qualcuno di voler chiarire, precisare, delucidare di là dalla vanità di notorietà e di interessi economici.

D. Lei ha accennato prima alla Metafisica tradizionale. Anche qui, penso ci siano delle incomprensioni. Mi vuole dare qualche accenno che mi illumini e mi metta in grado di comprenderne la sostanza?

R. In questa sfera c'è veramente incomprensione derivata, soprattutto, da ignoranza. Molti sono in buona fede. Ci sono alcuni, per esempio, che sono convinti di essere interessati alla metafisica. Alle prime battute del dialogo si può capire, però, che essi per metafisica intendono la parapsicologia, oppure l'occultismo, e così via; qualcuno, anzi, la medianità e cose di questo genere. Poi, c'è qualche persona che, nella sua infantile innocenza, parla di Ufo.

D. Secondo lei da che cosa deriva quest'errore d'interpretazione? La metafisica mi sembra che abbia un suo preciso contesto.

R. Le ripeto, da ignoranza. E' vero che oggi si dissacrano molte cose giuste e non giuste, ma è un dato di fatto che, per molti, questa parola vuole significare tutto tranne quello che veramente vuol dire.
La Metafisica tradizionale è un insegnamento che riguarda la natura dell'Essere, del noumeno dell'essenza, o la radice da cui trae sostentamento l'Unità principiale stessa.

D. Tutto questo non risponde semplicemente ad una speculazione filosofica fine a se stessa?

R. Tutt'altro. Dobbiamo aggiungere al termine Metafisica la parola "tradizionale", proprio per distinguerla dalla concezione - già degradata - di alcuni filosofi.

D. Allora questo termine è stato degradato dagli stessi filosofi?

R. Sotto certi aspetti dobbiamo dire di sì. Con la graduale "discesa" che c'è stata, fino al razionalismo materialistico, dei princìpi metafisici sono stati degradati a semplici concetti empirici sistematizzati. In tal modo e gradatamente, la stessa filosofia è divenuta una sterile dialettica o gioco intellettivo. Così, a questo punto, occorre fare una distinzione: la Metafisica sacra o tradizionale non è e non vuole rappresentare la metafisica speculativa e concettualistica. Diremo che l'avvento del razionalismo egocentrico ha distaccato il pensiero filosofico da quello tradizionale puro, e lo scientismo moderno - dico scientismo e non scienza nella sua più originale espressione - ha fatto precipitare quella filosofia, già sterilizzata e manchevole, rendendola una semplice discorsività mentale e una sintesi delle scienze. La filosofia è divenuta, in tal modo, subordinata alla scienza. Ho sentito parlare persino di filosofia della tecnica, oltre che di filosofia della scienza.

D. Devo concludere che la Metafisica tradizionale non accetta il razionalismo?

R. Non è che la Metafisica si contrapponga al razionalismo o che voglia escludere dal contesto degli strumenti conoscitivi il pensiero empirico. L'errore di fondo - secondo la Metafisica adizionale - è che il razionalismo, volendo risolvere i problemi dell'essere e del non-essere alla luce del rapporto soggetto-oggetto o della semplice conoscenza empirica si pone esclusivamente e dogmaticamente su un particolare quadro di riferimento o di coordinate. Così, il realismo empirico, senza volerlo, ci ha condotto ad un assolutismo relativistico senza uscita.
L'assioma:" E’ reale ciò che i miei sensi percepiscono o la mia mente razionale può afferrare e capire" non solo è filosoficamente inaccettabile, ma costituisce un freno alla ricerca filosofica propriamente detta. Comunque, s'incomincia a comprendere l'insufficienza di questo approccio conoscitivo perché s'intravede la possibilità di dati che sono di là dalla funzione percettiva o dal pensiero analitico. Dunque, per la Metafisica tradizionale questo tipo di conoscenza risponde solo a un grado di valutazione e di sperimentazione. Il pensiero, isterilendosi sul suo stesso limite, non poteva non portare, d'altra parte, che a una concettualità a circonferenza chiusa e sistematizzata.

D. Da quello che lei ha detto arguisco che la Metafisica tradizionale differisce dalla stessa metafisica profana, e soprattutto non ha niente a che fare con quello che oggi molti occultisti, spiritualisti, ecc., chiamano metafisica. t così?

R. Sì, senza dubbio.

D. Questa distinzione, comunque, è operata in senso arbitrario dall'uomo, oppure è la conseguenza di due metodi e di due distinte fonti di attingimento?
Mi riferisco, naturalmente, alle due concezioni della Metafisica sacra e profana in senso stretto.

R. Nella sua domanda c'è la giusta risposta. L'una è "Metafisica sacra", e non è frutto degli uomini perché la Tradizione è di ordine non-umano; l'altra è frutto del pensiero dell'individuo. In una civiltà tradizionale il particolare (profano) poggia sull'universale-principiale (sacro), ma oggi che tale tipo di società non esiste (qualche frangia è rimasta in Oriente), il particolare poggia su se stesso e, conseguentemente, più che nel generale, nella quantità e nel relativo non può non portare.

D. Mi vuole spiegare meglio questo "particolare" che poggia su se stesso?

R. E’ come se lei vedesse un uomo senza testa. Una persona privata della sua anima vitale è un guscio vuoto, un fantasma, un cieco. Vede, gli individui della nostra società del profitto, della competizione e della sopraffazione fisica e psicologica sono dei morti viventi, dei robot, privi di valori e di scopi. I valori universali o principiali dell'essere si trovano nella sua universalità di coscienza ed è su questa sfera che bisogna trasferire la direzione, lo scopo e la mente.
Ormai è noto che il particolarismo ci ha costretto nell'individualismo, nel quantismo, nell'autoaffermazione e quindi nell'assolutismo ideologico, nello scientismo, nel tecnicismo e, per ultimo, nel consumismo nelle sue varie configurazioni. Per ridare dignità all'uomo occorre riportarlo alla sua condizione universale-principiale e di sintesi; bisogna inserirlo nel contesto armonìco della Vita perché, in fondo, egli rappresenta una delle indefinite maglie della catena cosmica. Per riportarlo alla condizione di Homo Sapiens bisogna ridargli la testa, l'anima, il senso della sua polidirezionalità.
La Metafisica tradizionale si esprime in termini di sintesi, di unità e di armonia vitale, quindi di valori principiali che stanno al di là della semplice struttura psicofisica. La Metafisica tradizionale è modalità di vita.

D. Alcuni sono fermamente convinti che la metafisica sia qualcosa di astratto, una teoria di comodo, un'evasione; che cosa mi può dire a tale riguardo?

R. Poteva anche esprimersi come alcuni dicono spesso: " che non poggia sul reale-concreto", perché per codeste persone la Realtà coincide con il concreto, il solido, il terrestre tangibile. Comunque potrei semplicemente risponderle: la conoscenza empirica, o la realtà-concreta, poggia sul relativo, sul finito, sul fenomeno, sull'evanescente máyá, sulla rappresentazione mentale e sul divenire; in altri termini, sul non-essere. E ciò è un dato incontrovertibile per chi non ha preconcetti e unilateralità di giudizio.
E’, invece, proprio la metafisica che poggia sulla sola e unica costante, quella costante che tutti gli uomini cercano ansiosamente, quella costante che dà valore e significato allo stesso fenomeno, come ebbe ad affermare lo scienziato Max Planck. Ma noi sappiamo che in quest'epoca di "ferro" la verità viene rovesciata, purtroppo.

D. A questo punto vorrei chiederle che cosa ha a che fare l'Asparsavada con la metafisica.

R. L'Asparsavada è il sentiero metafisico puro, è quello della Non-dualità (advaita), è la via prospettata nella Mandukya Upanisad dal grande Gaudapáda, maestro del maestro di Shankara. E il sentiero del senza rapporto-relazione (soggetto-oggetto), del senza contatto (perché, Brahman-Realtà è uno e senza secondo), del senza sostegno (per l'individualità avida di appoggi ad ogni livello della manifestazione di maya).

D. Occorrono particolari requisiti per questo sentiero metafisico?

R. Indubbiamente sì; un pericolo può essere quello di cadere in uno sterile intellettualismo senza via di uscita.
Chi si accosta a questo tipo di metafisica con la semplice mente analitico-discorsiva non va molto lontano. D'altra parte, è facile cadere nella trappola perché l'Advaita-asparsa non rifiuta la mente analitica, come ho già detto, chè la considera una tappa della sadhana. Il metodo, per esempio, di Ràmana Maharsi, il grande advaitin, è quello di dirigere l'investigazione o indagine su: chi sono io?

D. Sono molti quelli che si realizzano tramite la Metafisica tradizionale?

R. Diciamo che la Metafisica sacra è un insegnamento che verte sul Principio incausato quindi, come tale, appartiene alla Conoscenza suprema (paravidyá); per dirla in termini occidentali -perché, ripeto, la Metafisica tradizionale è una in tutti i luoghi e in tutti i tempi - appartiene ai "Grandi Misteri". Da quanto abbiamo detto si può arguire che non sono molti quelli che si accostano alla Metafisica pura, perché, si sa, i molti sono sempre più portati a determinarsi lungo linee di dualità, di sentimento, di sperimentazione psichico, ecc. Un gran numero, poi, di coloro che parlano o scrivono di Metafisica realizzativa rimangono su dimensioni eruditive.
Sotto questo punto di vista bisogna fare una triplice divisione: ci sono le persone di cultura che, ovviamente, s'interessano di tale problematica per la loro istanza professionale. Altre pretendono di trascendere il semplice fattore culturale, ma in effetti non è vero. S'illudono soltanto. La loro vita non è per niente coerente con i valori metafisici che propugnano. La loro coscienza non coincide con la conoscenza metafisica. Il loro modo di vivere è di ordine profano, critico, separativo e anche intollerante, ma possono avere un'intellettualità preminente per quanto ciò non implichi indice di realizzazione; come non lo implica, ad altri livelli, un "potere psichico" (siddhi) - anzi, tutt'altro'. Poi vengono coloro che vogliono "morire da vivi"; coloro che sono profondamente intenti ad attuare quella rivoluzione di coscienza che porta dall'avidyá alla vidyá e, ancora, alla trascendenza di entrambe.
La Conoscenza tradizionale è diretta alla realizzazione dell'ente. La Tradizione non ha dato questi insegnamenti per far trastullare la mente degli uomini. P, anche per questo che tale Metafisica-Conoscenza viene denominata sacra.

D. Lei pensa che i più siano veramente portati, non dico alla Metafisica realizzativa, ma a ciò che generalmente viene denominato yoga in genere?

R. Vede, molti sono pressati da problemi psicologici. La vita oggi sta imponendo un ritmo tale che rompe o altera la soglia di sopportabilità della coscienza. Ci sono scompensi psichici e frustrazioni familiari, professionali, di adattamento, ecc., per cui tanti sono come una barca senza timone; necessitano di conforto, addirittura di calore umano; vanno in cerca di qualche àncora dì salvezza; a volte sbagliano àncora, con conseguenze dolorose e incresciose

D. Vuol essere un quadro pessimistico questo?

R. No, assolutamente. Ci sono, ovviamente, persone qualificate; ci sono state in tutti i tempi e ci sono oggi, anche se in proporzione minore. Solo che bisogna avere l'ardire di prendere consapevolezza dell'effettiva situazione psicologica degli individui, e non illudersi, o peggio ancora, voler credere per forza a ciò che non è: questo atteggiamento è tipico del moralista sentimentale.

D. Tempo fa ho incontrato un guru il quale sosteneva che le dottrine del Buddha, di Shankara e dello stesso Gesù sono superate e che oggi occorre un tipo di spiritualità nuova aderente ai tempi. Altro che metafisica!
Che cosa ne pensa di questa affermazione?

R. Mi perdoni se francamente le dico che certe domande, per la loro assurdità, non hanno risposta.

D. Non sono io a sostenere ciò, ma c'è qualcuno che pensa e dice di essere venuto a dare un nuovo tipo di realizzazione.

R. Le dottrine del Buddha, di Sankara e di Gesù - che poi non si contrappongono - sostengono, in sintesi, quanto segue: il Buddha afferma che la causa del dolore e della sofferenza è la sete del desiderio. Shankara, invece, sostiene che dietro il mondo del fenomeno, dei nomi e delle forme esiste la costante brahmanica; e ci fa notare che ciò non lo dice lui ma la Sruti (Veda e Upanisad). Gesù afferma che possiamo unirci al nostro Padre celeste svelando l'Amore. L'Amore, per Gesù, costituisce la chiave del regno dei Cieli.
Ora, possiamo mai affermare che queste verità siano superate o che la Realtà tramonti? Tutt'al più possiamo vedere se queste dottrine sono o non sono vere. Ma questa è un'altra questione, oltre al fatto che, nell'eventualità, bisognerebbe dimostrare la loro infondatezza.
Ma, adesso che ci penso, io credo che costoro volessero riferirsi al metodo realizzativo. Sa, un guru può avere il suo metodo psicologico e tecnico e si sa che certi guru propagandano il loro metodo come il migliore.
Tenga comunque presente, per concludere, che la Verità metafisica è al di là del tempo e dello spazio.

D. La ringrazio per la sua cortesia e per le sue precisazioni. Potrebbe, per ultimo, indicare un autore o dei testi di ordine metafisico tradizionale - a parte naturalmente quelli pubblicati dalle Edizioni Ashram Vidyá - che possano essere utili ai lettori?

R. Ci sono molti autori. Uno, ad esempio, abbastanza noto, che può essere accessibile ai lettori italiani, è il Guénon. C'è Ananda k. Coomarasvami che incomincia ad essere tradotto.

 


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RAMANA MAHARSHI
RICORDI VOL. I
di Autori Vari
A cura di Bodhananda


ADVAITA BODHA DIPIKA
di Karapatra Swami
Presentazione di Raphael
A cura di Bodhananda

 

 
ET IN ARCADIA EGO
ANIMAM RECEPI
di Sigife Auslese