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Qualche assiduo lettore di questo Periodico potrebbe domandarsi: perché non si pubblica. un saggio critico su particolari aspetti della conoscenza esoterica? perché non si cerca d'interpretare qualche concezione spirituale? perché non si fa una cronistoria delle varie organizzazioni iniziatiche del passato? perché, in altri termini, non si fa della cultura spirituale, intendendo tale termine in senso molto lato? Pensiamo che tanti altri perché potrebbero essere posti dal momento che il manas (la mente distintiva) è sempre oberato dai perché.

 

Prima di rispondere a tutti questi quesiti vogliamo premettere alcune cose che vogliono essere d'introduzione.

 

Ci sono dei testi (libri, opuscoli, riviste, ecc.) che si rivolgono alla parte istintuale dell'individuo, altri che si rivolgono alla parte emotivo-sentimentale ed altri ancora a quella manasico-mentale-concettuale.

 

I primi sviluppano una tematica di stimolo a quanto è peculiarmente istintuale (autoaffermazione, violenza fisica, sesso, astuzia primitiva per raggiungere certi fini, ecc.; si vedano, ad esempio molti periodici e film); i secondi sviluppano una tematica di ordine sentimentale, emozionale e, per quanto concerne il campo spirituale, vi sono delle pubblicazioni che propongono problematiche religiose, devozionali, di fratellanza sentimentale, di servizio a vari livelli verso il fratello, di "abbandono" a peculiari Divinità, a qualche Gerarchia spirituale umana di "comunione" di anime, e così via. Gli ultimi sviluppano tematiche di ordine concettuale, ideale, di ricerca, d'interpretazione, di saggio; in una parola potremmo dire: culturale. Il loro intento è di presentare, sul piano della quantità, delle interpretazioni, apportando anche qualcosa di nuovo e personalistico; da qui il saggio, spesso critico, lo studio su qualche determinato aspetto dell'attività umana, monografie, ecc.

 

I primi arricchiscono prevalentemente l'istinto, i secondi l'emozione-sentimento e gli ultimi la mente concettuale, distintiva, analitica. Tutte e tre le problematiche hanno come sottofondo causale la coscienza individuata e si rivolgono quindi a fattori individuali (istinto, sentimento e mente individuata). Può capitare che ve ne possa essere una mista: concettuale e sentimentale. Di là da queste vi può essere, come effettivamente vi è, una tematica non più caratterizzata dall'individuale, ma di ordine sovra-individuale o, per meglio dire, universale. A questo punto le prospettive, i moventi e le direzioni cambiano.

 

Nell'universale e con l'universale non si può proporre la quantità (caratteristica dell'individualità manasica), ma la Sintesi; non si può proporre un saggio perché il Principio non può essere oggetto di monografia, d'interpretazione o di culturalismo mentale, non si può verbalizzarlo perché il Mondo dei Principi primi ha una sua speciale caratteristica (poco eccitante per il manas), vale a dire che Esso semplicemente è.

 

Inoltre, questa sfera universale, non potendo essere percepita con il manas-mente descrittivo, costringe coloro che eventualmente ne fanno menzione a rivolgersi all'intuizione (buddhi) superconscia, la quale opera non più con concetti descrittivi e con lunghi ragionamenti (molto cari al manas irrequieto e rajasico), ma con Idee. Un'Idea è un simbolo, è un archetipo, è un seme che contiene la totalità della verità.

 

Vi è di più: la vera Tradizione iniziatica sì esprime con Idee-simboli che hanno lo scopo di essere recepite dall’inconscio (non subconscio) dell'individuo per produrre una catarsi, una trasformazione coscienziale. L'insieme di queste Idee-simboli rappresenta la Conoscenza Tradizionale, contrariamente all'insieme dei concetti descrittivi manasici che rappresenta l'erudizione, la cultura, la coltivazione intellettuale-sensoriale in quanto tale. Vi è una sola Conoscenza che è di ordine principiale, tutto il resto è normale descrizione di fatti, di fenomeni, di eventi; tutto il resto è storicismo.

 

E' ovvio dunque che l'istinto della specie, l'emozione-sentimento e il manas-mente vanno cercando stimoliche possano gratificarli, coltivarli, erudirli, quantizzarli, non essendosi ancora posto, ovviamente, il problema essenziale, irrefutabile, pressante della Realizzazione.

 

Con l'erudirsi su questo o quel fatto non si provocaminimamente la "morte dell'io", anzi si rischia di espanderlo. Infatti, anche a livello spirituale vi sono molte persone, autoaffermative, suscettibili, orgogliose, separative, censorie che fanno pesare il loro potere manasico. Altre si servono di determinate Dottrine sacre per scopi personali, per far sfoggio di culturalismo, per alimentare il mistero nella coscienza emotiva dell'uomo e per motivi ancor più bassi che non è il caso di menzionare.

 

Quando si tocca la buddhi, l'intuizione superconscia o la ragion pura, si tocca - si accennava prima - la sfera dei Principi, e si sa che il Principio non ha niente a che fare con lo storicismo, con il mio io e il tuo tu, con il mistero, come comunemente s'intende questo termine, con la politica, con la religione stessa concepita come una particolare organizzazione dogmatica. Il Principio esige la prospettiva impersonale; l'io,cioè, si deve mettere da parte, essendo appunto universale l'oggetto di attenzione. E' ancheper questo che su Vidya tutti i testi appartenenti ai componenti ashramici normalmente non sono firmati. Spersonalizzarsi è già aver fatto un passo avanti lungo il sentiero del Ritorno.

 

Fatte queste premesse, possiamo riprendere la serie dei perché posti all'inizio del nostro articolo.

 

Perché non proponiamo dei saggi sui Veda, sulle Upanisad, sui misteri greci o egiziani sui cicli cosmici, ecc.? Perché solitamente non vogliamo fare della saggistica, non avendo quel potere manasico di cui abbiamo parlato precedentemente. Perché non facciamo opera d'interpretazione? Perché l'interpretazione a livello individuale non c'interessa, volendo appunto trascendere l'individualità. Più che interpretare pensiamo che occorra svelare la Dottrina, e sulla Dottrina non si possono fare congetture o interpretazioni individuali, per quanto le si vogliano nuove, scientifiche, di effetto o di contributo. Perché, in conclusione, non facciamo niente di tutto questo? Perché il nostro scopo è un altro, molto modesto e semplice, ed è quello di stimolare la quiescente buddhi al riconoscimento degli universali, di stimolare la coscienza - già pronta e matura, stanca quindi di promuovere sovrapposizioni di qualsivoglia ordine e grado - alla Realizzazione.

 

Che cosa implica la Realizzazione? Implica il morire al manas, al kama-sentimento e all'istinto come aspetto di conservazione di sé in quanto io corporale-psichico; significa trascendere la sfera manasica individuata appropriativa e stabilizzarsi sul piano del Principio, dell'Unità, della Sintesi, del Noumeno e dell'Essere. Significa passare dal piano della quantità a quello della qualità e, per chi è pronto, trascendere anche la qualità. Significa proporsi il viaggio dalla periferia al centro, dall'esterno all'interno, dall'oggettivo al soggettivo. Significa non perdersi in fantasticherie speculative, in saggi di varia natura; significa inchiodare la mente al silenzio; significa saper abbandonare il noto per valicare l'abisso senza sostegno. Significa essere profondamente impegnati con se stessi. Significa essere intenti a preparare la propria tomba senza neanche predisporre un epitaffio perché in quella tomba, strano a dirsi, in ultima analisi non si troverà niente.

 

Qualcuno potrebbe credere che ci contrapponiamo a coloro che abbiamo menzionato prima. Ciò non risponde a verità. Riteniamo che ogni cosa è al suo giusto posto e ognuno svolge il suo dharma che, nel contesto delle cose, trova la sua valida giustificazione. L'istinto, l'emozione-sentimento e il pensiero analitico nel tempo-spazio devono avere la loro stimolazione e la loro gratificazione (non che questo debba considerarsi un dato assoluto); è bene essere, come comunemente si dice, realisti e considerare che prima di fermarsi occorre incamminarsi.

 

Dunque, non contrapposizione, né critica, né disappunto, ma comprensione perché è nella comprensione che si può trovare un punto di riferimento e di contatto.

 

D'altra parte non è nella critica, nella contrapposizione e nell'esclusivismo che si possono risolvere i problemi esistenziali. L'autoaffermazione egoistica c'è sempre stata e non la possiamo combattere proponendo l'autoaffermazione, ma stimolando all'autorealizzazione; la sete di ricchezza ("esecranda sete dell'oro " di Virgilio) è vecchia quanto il mondo e non possiamo combatterla stimolando la sete di ricchezza, ma proponendo il giusto valore e il giusto rapporto con il denaro; l'odio è sempre esistito e non possiamo combatterlo con l'odio, ma con l'amore; la critica distruttiva e vendicativa c'è sempre stata e possiamo combatterla solo con il silenzio onnicomprensivo; l'offesa è sempre esistita e possiamo neutralizzarla con il perdono, con la comprensione intelligente che nasce dallaconquista della Dignità iniziatica.

 

Non ci contrapponiamo neanche alla scienza - per quanto gran parte degli Autori tradizionali vi si contrapponga - perché essa con il suo tecnicismo e il suo materialismo unilaterale è il segno dei tempi. Ogni epoca ha il suo richiamo e chi si pone dal punto di vista sintetico riconosce che ogni cosa si svolge, in definitiva, intorno al Polo. Ciò non implica rimanere passivi, tutt'altro; vuol dire che a ognuno compete il proprio dharma. Ora, gli scienziati stanno svolgendo il loro dharma e lo stanno svolgendo molto bene se osserviamo gli effetti che ci stanno attorno; non sappiamo però fino a che punto i cultori della Tradizione spirituale stiano realizzando il loro. Non tocca a noi giudicare, comunque, né faremo un pur minimo apprezzamento.

 

Se, dunque, il fine del Periodico Vidya è di stimolare l'individuo ad Essere, più che a divenire, i suoi scritti sono semplicemente delle "note fondamentali" da portare in meditazione per poi viverle. A volte sono note brevi, che occupano poche pagine, perché la coscienza deve assimilarle adeguatamente. Ci sono anche note di altri Periodici, che ci sembrano degne di attenzione, riflessione, meditazione e assimilazione.

 

Tutte le note sono meditate prima dal Gruppo ashramico e poi pubblicate; così Vidya (che significa Conoscenza-gnosi) rappresenta una meditazione ashramica che viene estesa a quanti vogliono realizzare la Dottrina. Come si può notare Vidya non ha alcuna pretesa culturale, di ordine tecnico, speculativo, ecc., non ha altro scopo che quello di far comprendere che le Upanisad o il Vedanta, la dottrina plotiniana, ecc. non sono "visioni", oggetto di speculazione saggistica, ma di realizzazione, di liberazione dall'avidya-ignoranza; ciò comporta, ad esempio, che speculare sulla natura del desiderio non significa morire al desiderio. Chi vuole veramente realizzarsi deve lasciare ogni possibile speculazione sul desiderio a chi ha il dharma di speculare, e tenacemente proporsi di morire al desiderio.

 

Se la realizzazione è il fine del ricercatore vedantico, allora gli stessi testi che l'Editrice Ashram Vidya presenta devono essere letti, meditati, assimilati e vissuti proprio perché essi non vengono presentati per soddisfare il manas dell'uomo (altri più competenti e capaci di noi possono farlo).

 

C'è, ancora, un ultimo punto da chiarire. Alcuni lettori ci chiedono la quota di abbonamento a Vidya, altri ci dicono palesemente che sarebbe meglio esigere questa quota perché - secondo la concezione profana - il valore di un prodotto si riconosce- dal suo prezzo. Altri ci danno suggerimenti di varia natura che, in definitiva, potrebbero essere tutti validi.

 

Abbiamo ritenuto fin dall'inizio non stabilire quote di abbonamento per questi motivi:

 

1. Vidya, essendo una meditazione ashramica estesa a quanti vogliono meditare, assimilare e vivere con noi la Dottrina Tradizionale advaita, va di là da ciò che rappresenta un "valore commerciale".

 

2. Per quanto ci è possibile, cerchiamo di rendere la Conoscenza Tradizionale libera da sovrapposizioni di ordine economico e di rapporti di do ut des. "In dono l'avete ricevuto, in dono datelo".

 

3. Se la coscienza del lettore comincia a maturarsi, egli si renderà conto da sé che non potrà non compartecipare, non solo a livello ideale-meditativo, ma anche economico. E il suo non rappresenta il pagamento di una merce, ma costituisce una donazione amorevole acciocché Vidya possa vivere e logicamente essere estesa anche ad altri fratelli sul sentiero.

 

4. Vidya - come d'altra parte lo stesso Ashram non si reputa investito di una particolare "missione", per cui, se lungo la strada trova amici e fratelli che condividono la sua stessa espressione di vita, questi possono compartecipare a tutti i livelli, liberamente e naturalmente, ma senza, appunto, che Vidya debba reclamare contributi, quote, ecc. necessari, come spesso si dice, alla "salvezza" delle anime che vivono nelle tenebre. Vidya è composto da un gruppo di persone che in piena libertà e senza alcuna motivazione emotivo-sentimentale si offre spontaneamente, naturalmente e semplicemente a quanti vogliono condividere la Realizzazione metafisica.

 

Qualora Vidya, per mancanza di nutrimento economico, dovesse cessare la pubblicazione, non si avrebbe alcun rimpianto, perché il gruppo Vidya non è identificato a manifestazioni oggettivate, né ha desiderio alcuno di fare o non-fare. Vidya è nato in libertà e in libertà può anche morire.

 

Un'azione pura deve nascere e vivere senza alcuna determinazione, senza sovrapposizione, di qualunque ordine e grado possano essere, senza condizioni, per quanto nobili e giustificate possano sembrare.

 


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RAMANA MAHARSHI
RICORDI VOL. I
di Autori Vari
A cura di Bodhananda


ADVAITA BODHA DIPIKA
di Karapatra Swami
Presentazione di Raphael
A cura di Bodhananda

 

 
ET IN ARCADIA EGO
ANIMAM RECEPI
di Sigife Auslese